Piacere, ero il sentiero dei Mortini 1

Piacere, ero il sentiero dei Mortini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente lettera inviataci da un ben noto “concittadino” di Torre Boldone: il “sentiero dei Mortini”.


Cari amici degli alberi, mi presento: sono il sentiero che conduce alla chiesa dei Mortini, a Torre Boldone.

Forse non tutti mi conoscono, così, se permettete, vi racconterò un po’ la mia storia: mettetevi pure a sedere, è una storia lunga perché lunga è stata la mia vita.

Ho un nome ufficiale, Strada Consorziale, ma non mi è mai sembrato di essere una vera strada: mi sono sempre visto verde di erba, e quel tantino irregolare che ha un suo fascino. Chissà se è per questo mio fascino che innumerevoli persone sono venute a vedermi, mi hanno percorso con calma fino alla bella chiesetta che, in fondo, è un po’ la mia origine. Bella anche lei, non c’è dubbio: abbiamo costituito una coppia perfetta da quando siamo nati, praticamente insieme.

Non siamo più tanto giovani. Anzi, ho sentito che la chiesetta ha compiuto trecento anni: come passa il tempo! Forse perché mi rinnovo a ogni cambio di stagione, davvero non me li sento tutti quegli anni, ma credo di avere anche io suppergiù la stessa sua età. Piacere, ero il sentiero dei Mortini 4

Ma andiamo con ordine. Durante la terribile pestilenza del 1630, molte delle persone morte vennero sepolte nella campagna qui attorno, insomma un po’ fuori dell’abitato, e i familiari, addolorati, col tempo segnalarono il luogo sacro con una croce, e poi con una edicoletta, o, come si diceva allora, una tribulina. Che viavai, in certe giornate! Un sacerdote celebrava la Messa, molti accorrevano, ed erano preghiere e canti fino al cielo. Eh, era ben diverso dai rumori di motori, di aeroplani, di motorini, come si sente oggi!

Ma non erano solo canti e lodi al Signore: su di me passavano anche lavoratori dei campi, con i loro carretti, portando gli attrezzi per lavorare la terra e i frutti del loro lavoro. Di questo mi sento particolarmente orgoglioso, e penso mi capirete.

Insomma, la cappelletta era già un luogo di preghiera a cui tante persone si stavano affezionando, magari preferendo questo angolo di silenzio alla via un po’ lunghetta per andare a pregare nella chiesa più antica, la chiesa di San Martino: a proposito, questa chiesa non l’ho mai vista (come potete immaginare, sono un tipo stanziale) ma ho capito che è molto antica, e conosco le persone che la frequentano, perché spesso vengono in tanti anche a trovare la “mia” chiesetta, mi percorrono in silenzio da soli o cantando insieme, e sono festosi e cordiali, rispettosi anche di me, che sono un modestissimo sentiero di campagna. Scusate, mi dilungo sempre: torniamo alla mia storia.

Con un po’ di fantasia, dovreste immaginare il nostro bel paese come doveva essere allora, alla fine del XVII secolo: niente condomini o strade asfaltate, ma gruppi di case di campagna circondate dai campi. E da una di queste cascine, la Ronchella (antica anche questa, edificata dalla famiglia Piceni nel XV secolo), credo che provenissero le persone che mi percorrevano per andare a pregare alla “Croce di Morti“, come veniva chiamata la tribulina, o cappelletta. Proprio come oggi. Un bel giorno, vidi che dalla Ronchella, ma anche dalle altre frazioni, Fenile e Cerlongo, arrivavano in molti, ed erano in festa. Di lì a poco iniziò la costruzione di una chiesetta, la “mia” chiesetta, dove prima era la cappelletta: era commovente l’impegno di tutte quelle persone per costruire la loro chiesetta, che sorse molto velocemente e presto fu consacrata, anche questa volta con festeggiamenti e gioia grande. Ed ebbe un nome: “In onore della Beata Vergine della Pietà in suffragio dei Morti“. Bel nome, ma un po’ lunghetto, non credete? Alla fine, è prevalso quel semplice e affettuoso “Chiesa dei Mortini”, come veniva chiamata la zona di sepoltura dei morti di peste. E così è ancora adesso.

Ne ho viste tante, da allora! Attorno a me sono nati, cresciuti e anche seccati alberi, cespugli, e fiori a non finire; le stagioni si sono succedute, i volti delle persone sono cambiati, ma ho continuato a giocare a indovinare le somiglianze con qualche nonno, o bisnonno, che era passato prima.

Ho visto cambiare tante cose intorno: nuove case e rumori nuovi, discorsi di sempre e parole nuove spesso incomprensibili. Mi fanno ancora compagnia tante piccole vite, dagli uccelli agli insetti, agli animaletti più rari, come i pipistrelli e le lucciole, che sembrano, qui, ritrovare un’oasi rispetto al paese fatto di strade asfaltate e case. Mi danno ancora tanta gioia le voci dei bambini: a volte arrivano a frotte, e non smettono di interrogare gli adulti che li accompagnano, stupiti dalla meraviglia della natura, come quel bambino che, percorrendomi stupito qualche mese fa, esclamò: “Ma camminiamo sull’erba!” Sì, piccolino, camminare sull’erba e andare per sentieri dà pace all’anima.

Ho davvero avuto la fortuna di essere testimone di tanta vita, di tanti cambiamenti, e sono grato per questo. A me hanno sempre provveduto persone care, gli abitanti delle case intorno: li ho visti faticare nella campagna, ma hanno avuto attenzione anche per me quando l’erba cresceva troppo, quando la staccionata cedeva, quando, a forza di temporali e altre intemperie, il terreno rischiava di farmi sparire.

Ma perché vi racconto tutto questo? Già. Perché il mio servizio è terminato. Non certo perché sono stanco, ma perché… non so il perché. Domani sarò tolto. Non saprei dirlo con altro verbo. Sparirò. Ma non temete: si potrà arrivare alla chiesa dei Mortini anche senza di me. Da quello che ho capito, il terreno verrà scavato, appianato, riempito di materiale adatto a sostenere una strada più larga della mia misura, ben due metri e mezzo. Sopra verrà messo un materiale che sembra ghiaietta ma non lo è. Materiali nuovi, ho sentito, adatti all’ambiente. Nella mia modestia, pensavo che la terra e l’erba fossero il materiale più adatto all’ambiente, ma così, evidentemente, non è. Insomma, sulla nuova strada (questa, sì, una vera strada!) ci potranno passare anche le biciclette, anche se, purtroppo, solo qui, sul mio percorso di centosessanta metri, perché è un po’ rischioso arrivare fin qui in bici dalle strade intorno, ho sentito. E ho anche sentito che questo cambiamento costerà parecchio a tutta la cittadinanza.

So molte cose, che sento da chi passa di qui e mi rivolge sguardi rattristati: so che parecchie persone non sono d’accordo con questo cambiamento e avrebbero preferito che restassi io. Però non devono essere state ascoltate, perché, altrimenti, tutto sarebbe rimasto come prima, come è a memoria d’uomo, un ambiente come molti ancora cercano quando c’è bisogno di silenzio, di riflessione e di pace. Essendo nato proprio dalle esigenze e dalle abitudini delle persone, non pensavo di essere diventato inutile, così come sono; allo stesso tempo non credevo che sarei potuto diventare un motivo di discussione, dopo anni innumerevoli di servizio insieme alla popolazione.

Vi saluto, quindi, e spero che conserverete un buon ricordo di me. Vi lascio con le parole di uno studioso che ama il nostro paese e che, riferendosi ai Mortini dice:

“Il luogo e il suo oratorio, soprattutto quando ti ci puoi inoltrare nel silenzio, conservano tuttora un fascino speciale che solleva e ti spinge lontano, in quel mondo dell’arcano non facilmente definibile.”

Cortesi Luigi (1)

Ma allora è vero che ho fascino! Perchè non mi lasciate così come sono?

(1) Cortesi, Luigi, Torre Boldone, eventi, personaggi, vicissitudini del Seicento e del Settecento, Tomo 1, Circolo Politico Culturale Don Luigi Sturzo, Torre Boldone, 2016, pag.236)


Articoli correlati

Condividi questa scoperta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *